FINANZA E DIRITTO...A PAROLE

WINDOW DRESSING: finestra o vetrina?

 

Continua la rubrica “Finanza e diritto…a parole” a cura di Barabino & Partners Legal su MAG di Legalcommunity.it, per il quarto appuntamento raccontiamo l’operazione di window dressing.  

 

Se un’inglese fa window shopping in via Montenapoleone, non significa che entra da Hermès e invece di una Birkin compra la finestra del primo piano (peraltro difficilmente trasportabile). Anzi, quando si fa window shopping il principio è proprio non comprare nulla, semplicemente passeggiare guardando i vestiti esposti in vetrina.

Ciò che trae in inganno è che in inglese window significa finestra, ma anche vetrina. Eppure, finestra e vetrina non sono la stessa cosa. La prima è uno strumento che consente di vedere un’altra parte della realtà che ci circonda: la strada, i vicini, i piccioni appollaiati sul mio vaso di ciclamini. La seconda è qualcosa in cui io, in modo volontario ed arbitrario, metto in mostra oggetti che reputo degni di visibilità, o per soddisfazione personale o per compiacere gli altri. Mia madre nelle vetrine in salotto tiene la sua collezione di inquietanti bambole antiche, assolutamente per sua soddisfazione personale. Invece le Galeries Lafayette, per Natale, nelle vetrine creano mondi fatati che tengono i nasi dei bimbi incollati ai vetri e magari convincono anche i genitori a salire al quinto piano che ci scappa un regalo preventivo. 

Ecco il window dressing: vestire le proprie vetrine in modo che i clienti abbiano voglia di fare un giro all’interno del negozio, impegnandosi perché appaiano bellissime, come quelle delle Galeries Lafayette a Natale.

Non sono solo i grandi magazzini ad assicurarsi, in determinati periodi dell’anno, di avere delle vetrine stimolanti. Nel mondo della finanza, banche e fondi d’investimento fanno lo stesso in corrispondenza delle scadenze trimestrali di controllo. La window da abbellire è in questo caso il bilancio, il documento attraverso il quale gli altri attori del mercato conoscono la banca.

Così il bilancio diventa una vetrina che deve mostrarsi attraente per gli investitori e conforme alle disposizioni legali e finanziarie.

La regola che qui interessa è stata imposta nel 2015 dall’accordo di Basilea 3 a freno di una pratica economico-finanziaria che fu una delle principali cause del crack di Lehman Brothers: l’eccesso di leva. La leva finanziaria è in sé una pratica sana in virtù della quale, a determinate condizioni, è più redditizio investire indebitandosi piuttosto che facendo ricorso al capitale proprio. Facendone un utilizzo sconsiderato, però, il capitale netto della banca verrà immobilizzato dagli interessi, la liquidità diventerà un ricordo lontano e l’insolvenza un pericolo reale. Per questo Basilea ha stabilito un indice di leva finanziaria, che è il rapporto fra misura del patrimonio e misura dell’esposizione, non inferiore al 3%.

Si diceva che window può significare finestra o vetrina. Il fatto è che se devo abbellire una finestra, potrò scegliere tessuti damascati, mettere dei vitrages, magari, ma non potrò mai cambiare ciò che si vede al di là del vetro: la realtà sulla quale si apre la finestra resterà per me immutabile. Se invece mi penso ad abbellire una vetrina, partirò dal determinarne il contenuto, cercando poi di esporlo nel modo più gradevole possibile: sto costruendo una realtà che non è oggettiva. Il bilancio sembrerebbe, da questo punto di vista, una window in crisi d’identità: se anche viene trattata da vetrina, resta pur sempre finestra. È per questo che le pratiche di window dressing funzionano solo nel breve periodo, perché mascherano una realtà che però si mostrerà, prima o poi. Lehman Brothers ne è la prova.

Ciò che succede, in corrispondenza delle scadenze trimestrali, è che bisogna mostrare un indice di leva finanziaria inferiore al 3%.

Come si fa a mettere in vetrina un indice inferiore al 3% se dalla finestra lo vedo largamente superiore? Come coniugare rappresentazione e realtà? Magritte sarebbe stato d’aiuto.

Per una soluzione meno filosofica, le banche hanno individuato, quale strumento per meglio esporre in vetrina il proprio indice di leva finanziaria, i mercati dei pronti contro termine. I PcT sono dei prestiti garantiti in cui il venditore cede dei titoli di proprietà con l’impegno di riacquistarli in massimo 12 mesi.

Come le Galeries Lafayettes si preparano all’arrivo del Natale, così le banche alle scadenze trimestrali. Si tuffano nei mercati di PcT ottenendo dei finanziamenti a breve termine e utilizzano la liquidità così guadagnata per emettere PcT utilizzandone le garanzie per nuovi finanziamenti. Poi arriva la fine dell’anno e le vetrine delle Galeries Lafayettes tornano ad ospitare i soliti manichini. Anche le banche, una volta supera la fase dei controlli, procedono a sgomberare la vetrina: ricevono liquidità chiudendo i PcT emessi e la utilizzano per rimborsare i PcT che avevano aperto. E così la leverage ratio torna immancabilmente sopra il 3%, fino al prossimo trimestre.

Basilea 3, quando nel 2015 ha imposto la soglia del 3%, muoveva dalla considerazione che una delle cause di fondo della crisi finanziaria globale è stata l’accumulo di un grado eccessivo di leva finanziaria nel sistema bancario.

Forse, per la sicurezza di tutti, sarebbe meglio se i bilanci fossero finestre sulla realtà degli istituti finanziari, non vetrine.

 

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